UNDICESIMO: NON ABUSARE

25/11/2018

In generale non amo le locuzioni latine, anche se usate dagli avvocati e dai giuristi, figuriamoci dagli ingegneri! Ma questa volta non trovo di meglio che ricorrere ad un'espressione che ripeteva mio padre, che era ragioniere e cattolico (che non sono il contrario rispettivamente di ingegnere e di avvocato, per carità): Non abutere!

L'espressione esatta è "Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?" che letteralmente, significa «Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?» e che continua poi con «Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? ».

Le occasioni in questi giorni non sono mancate.

Comincerei con quella che meno mi inclina al riso: le costruzioni abusive, siano o meno nei pressi di corsi d'acqua e torrentelli. Da siciliano o, se volete, genericamente da meridionale, avverto più di altri questo problema. Quando si parla di "certezza della pena" non pensiamo all'incauta abolizione della prescrizione e a cancellare i rudimenti delle nostre garanzie costituzionali, pensiamo più prosaicamente a chiudere definitivamente con le sanatorie e i condoni, che ripetono all'infinito questo peccato.

Un peccato ammantato di necessità solo perché non siamo in grado di concepire una legge sul governo del territorio, una legge quadro dell'urbanistica che consenta alla pianificazione territoriale di svolgere il suo ruolo in maniera tempestiva e ragionevole, e che racchiuda in sé in maniera organica la miriade di vincoli imposti da miriadi di leggi diverse.

Non sempre le Regioni sono così virtuose o lungimiranti quando legiferano in materia e dunque va ripensata la gloriosa Legge 1150/42, che è lì da 76 anni e che, anche senza abolire la Fornero, dovrebbe già essere in pensione da un pezzo!

Undicesimo: Non abusare, che vuol dire in questo caso "non commettere abusi edilizi" ma anche "non indurre in tentazione l'abusivo per vocazione".

 

Ma gli abusi non sono solo questi, come insegna Cicerone.

 

Dei torrentelli abbiamo già accennato, e le suggestioni del termine, unito inconsapevolmente all'ambientalismo da salotto, porta al limite la pazienza che dobbiamo mostrare al governante che ci apostrofa con semplificazioni pericolose e distorsive, quasi che il problema della gestione dei corsi d'acqua ed in generale dell'assetto idrogeologico dei nostri territori possa essere affrontato,  drammatico e spesso tragico com'è, con slogan e battutacce.

Ma la nostra pazienza è messa a dura prova anche da altro.

Durante il Congresso nazionale di settembre abbiamo applaudito un convinto Ministro delle Infrastrutture (mica degli Interni, cribbio) che, galvanizzato dal successo nell'aula gremita, ci annunciava di lì a poco l'assunzione di 500 giovani ingegneri. Bene, bravo!

Il tema in quel momento era quello dei nervi scoperti di noi strutturisti e pontieri davanti alla inderogabilità violata del grande maestro Morandi. Il tema era quello della terzietà dei controlli, del ruolo della Stato e della Pubblica Amministrazione nella gestione della fase delicata dei collaudi e del monitoraggio delle grandi opere. E allora abbiamo capito quello che volevamo capire, quello che ci aspettavamo di capire: una risposta a queste forti esigenze, un rilancio del ruolo ispettivo dello Stato sulle opere pubbliche, non più affidato agli stessi costruttori e gestori; un rilancio dell'attività ispettiva non più relegata esclusivamente alle sole procedure amministrative, nello stile ANAC, ma capace di rientrare a pieno titolo nel campo tecnico delle costruzioni con l'autorità e la competenza dell'ingegnere.

Invece il disegno era ben altro: era la Centrale unica di progettazione, era l'esatto contrario di quello che volevamo e la ragione ci suggeriva. Era, e purtroppo è ancora, l'idea incontinente di avocare alla P.A. la fase della progettazione, di tutta la progettazione delle opere pubbliche.

Era ed è il progetto demiurgico di spogliare la libera professione tecnica delle funzioni sue proprie, per affidarle ad un nuovo carrozzone burocratico centralizzato, così da ripetere in capo al nuovo organismo il medesimo errore di concentrazione dei ruoli, di controllore e controllato, che ha afflitto gli ultimi decenni del nostro Paese.

Se guardiamo con l'occhio dello storico anziché del cronista intravediamo immagini conosciute e che hanno mostrato tristemente i loro limiti: dall'economia pianificata, ai piani quinquennali del buon Josiph (ma "buon" è solo un ossimoro, evidentemente).

Tra i filosofi precursori dello statalismo c'è gente del calibro di Thomas Hobbes, di Niccolò Machiavelli, di Jean-Jacques Rousseau, dello stesso Hegel e di Marx (Karl Marx non i fratelli Chico, Groucho e Harpo). Qui invece non mi pare che ci siano menti tanto sopraffine.

Undicesimo: Non abusare, che vuol dire in questo caso "non abusare della nostra intelligenza" (soprattutto se non te lo puoi permettere).

 

Conclusione o morale: per un attimo avevamo sperato nel nuovo-che-avanza, in una rivoluzione inattesa e democratica, in un cambio di passo degno del nome di terza Repubblica, ma lo abbiamo fatto invano.

Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi?

Non abusare della nostra pazienza Catilina, comunque oggi ti chiami, sia tu giallo o verde, rosso o azzurro: non abutere!

 

Giuseppe Maria Margiotta

Da "Il giornale dell'Ingegnere" n.9 novembre 2018  pag.8 - EFFEMERIDI

Ordini provinciali della Sicilia

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