EQUO COMPENSO: DIRITTO E NON REGALO

26/10/2017

Sul tema dell'equo compenso per i professionisti si sta consumando l'ennesima pantomima italiana in cui viltà, incompetenza ed ignoranza tentano di impedire un atto di giustizia e di civiltà sociale e giuridica.

Questa volta, però, c'è contemporaneamente una pluralità di attori che, in modi diversi e, per la verità, confusi e scoordinati, non potendo non riconoscere la giustezza della richiesta di assicurare il rispetto di un diritto costituzionale valido per tutti i lavoratori, cioè la determinazione di un compenso giusto e remunerativo per i professionisti, si aggrappano a valutazioni giuridiche del tutto incongrue, che però finiscono per far presa sui tanti incompetenti della materia.

La novità, recente, è una clamorosa sentenza del Consiglio Di Stato che ha riconosciuto la congruità di un bando di gara per l'assegnazione, per un compenso simbolico di un euro, di un incarico di redazione di un importante piano urbanistico di una sfortunata città del sud (abbiamo infatti seri dubbi sulla corretta amministrazione di un ente le cui strutture burocratiche si inventano una proposta del genere ed il cui sindaco la accetti).

L'idea del Consiglio di Stato è che il lavoro possa essere ricompensato con "l'economia dell'immaginario", cioè con vantaggi non ben determinati ed ipotetici, costituiti da, attenzione,..."altri vantaggi, economicamente apprezzabili anche se non economicamente finanziari, potenzialmente derivanti dal contratto" oppure per "altro genere di utilità".

Dimenticando che a tutela dell'anticorruzione si è garantiti solo con un corrispettivo economico chiaro e trasparente.

Per questo abbiamo definito la sentenza "criminogena" e credo che qualche perplessità sia oggettiva.

Ci saremmo aspettati una rivolta o quantomeno una solidarietà della politica, che su sentenze ben meno gravi di questa ha elevato proteste e contestazioni.

Il precedente è pericoloso: qualunque impresa, artigiano, impiegato pubblico, gli stessi giudici del Consiglio di Stato, i parlamentari, i docenti scolastici etc. potrebbero essere chiamati (e speriamo che il Ministero dell'Economia e Finanze non ci pensi davvero...di questi tempi tutto è possibile), a lavorare praticamente gratis in cambio di corrispettivi di immagine.

Ci saremmo aspettati una posizione quantomeno critica da parte del Governo: ma la risposta di un sottosegretario  del Ministero delle Infrastrutture data ad un'interrogazione parlamentare (on.le Pellegrino ed altri - n.5-12489), che dovrebbe appunto avere a cuore l'applicazione corretta e "sana" del Codice degli Appalti, varato dallo stesso Ministero e che esclude tale possibilità, sostenere, senza pensare di cadere nel ridicolo, che sia possibile un corrispettivo in "altro genere di utilità" generata dal contratto.

Ma il sottosegretario è in buona compagnia: sul Disegno di Legge giacente in Senato sull'equo compenso, il Ministero della Giustizia ha espresso perplessità, pur avendo direttamente promosso alla Camera un disegno di legge analogo, ma solo per gli avvocati e nel caso di "grandi clienti" che hanno una posizione dominante (ma che possono tranquillamente derogare dalla nullità delle clausole vessatorie purchè siano richiamate e sottoscritte esplicitamente per accettazione dal professionista- quale cliente forte non lo imporrà e quale professionista rinuncerà a sottoscriverle? ).

Ma è il parere del sottosegretario alle politiche ed affari europei che raggiunge il culmine dell'ignoranza e della incompetenza della burocrazia ministeriale, confondendo tariffe minime ed equo compenso, ma soprattutto dimenticando che  addirittura le tariffe obbligatorie (che comunque non è la nostra richiesta attuale) per i professionisti sono regolarmente previste  in paesi come la Germania, e l'Europa  le ha regolarmente accettate e riconosciute compatibili con l'ordinamento generale, ma soprattutto perché tutelano proprio il consumatore, dando un opportuno riferimento circa i costi minimi a fronte di prestazioni che non sempre sono chiaramente definibili e quantificabili  per la complessità normativa e le difficoltà oggettive di informazione.

Non a caso le professioni tecniche hanno proposto che nel DDL vengano previsti gli standard prestazionali minimi delle prestazioni professionali, per contrastare situazioni imbarazzanti, che la politica non vuole affrontare,  come le certificazioni energetiche, in tantissimi casi solo fogli di carta in contrasto non solo con le norme, ma con le leggi della fisica, che proliferano a pochi euro ognuna.

Alla faccia del risparmio energetico che dovrebbero assicurare.

Ma quello che lascia più basiti è la convinzione dei professionisti come privilegiati, come avversari della libera concorrenza, come interessati solo alle proprie utilità e non agli interessi dei clienti, come categoria di parassiti e non di lavoratori, per cui bisogna evitarne le proposte e le idee, a prescindere, come direbbe Totò....

E' l'ennesima dimostrazione dell'ignoranza o della malafede di chi la pensa così:

le professioni italiane, in particolare quelle tecniche che conosciamo bene  sono eccellenze di cui il Paese dovrebbe essere orgoglioso, sia per le riconosciute competenze tecniche e scientifiche, provenienti da percorsi universitari di qualità che assicurano una base culturale ampia e flessibile, sia per l'organizzazione interna sia per gli obblighi nei confronti dei committenti, sia pubblici che privati, anche per effetto della recente riforma degli anni 2011 e 2012, che hanno trasformato, pur in un periodo di profonda crisi economica, le nostre strutture professionali, almeno quelle sopravvissute.

Non abbiamo, di fatto, barriere all'accesso; in alcuni casi si può iniziare la professione senza tirocini ma solo con l'esame di stato e l'iscrizione all'albo, aprendo di fatto l'attività immediatamente ai giovani diplomati o laureati.

Ma abbiamo l'obbligo del preventivo dettagliato della prestazione e dei costi, di recente in forma scritta; dell'assicurazione per i danni provocati; della formazione continua.

Siamo assoggettati a precise regole deontologiche, applicate da consigli di disciplina terzi; al segreto professionale; abbiamo obblighi di onorabilità ma anche regole e garanzie non scritte, che si basano sulla "reputazione" e la conoscenza reciproca dei comportamenti tra iscritti agli Albi che, di fatto, ne verifica costantemente la correttezza; abbiamo regole fiscali ad hoc che in caso di inadempienze comportano la sospensione dall'albo.

Ci confrontiamo sul mercato con le società di capitali, non solo quelle professionali ma anche le società di ingegneria, con capitale anche  completamente esterno ai professionisti.

Per l'affidamento di incarichi della P.A. partecipiamo a bandi pubblici con ribassi sui corrispettivi posti a base di gara.

Manteniamo da soli la nostra previdenza, con l'obbligo della sostenibilità a 50 anni e quindi con i relativi costi.

Ci sostituiamo allo Stato in tante attività che la sua burocrazia non riesce a svolgere, anche allo scopo di rendere più efficienti ed appetibili gli investimenti nel nostro Paese, in base a principi  di sussidiarietà alla P.A. che abbiamo sempre propugnato, tanto da chiedere ed ottenere che fosse  ufficialmente riconosciuto con l'art.5 dello Jobs act del lavoro autonomo.E lo facciamo pur consci dei rischi che possiamo correre in un Paese dove le norme spesso si interpretano, con conseguenti problemi di natura amministrativa e penale.

Ma abbiamo anche la nostra organizzazione auto gestita, con regole elettorali democratiche che vietano la rielezione dei consiglieri dopo due mandati, con il rispetto delle norme anticorruzione e trasparenza e   gli altri obblighi ella p.a., la collaborazione allo Stato ed agli altri enti con pareri, proposte normative e di semplificazione, presenze in commissioni di studio e tanto altro ancora.

Sosteniamo tutti questi impegni, che comportano costi vivi obbligatori  di migliaia di euro, oltre a quelli del mantenimento degli studi professionali,  che non esistono per nessun altro professionista in nessuna altra nazione al mondo, non avendo più tariffe minime e paracadute sociali di nessun genere ma avendo, purtroppo, redditi in fase calante e per alcune categorie prossimi alla soglia di povertà.

Anche perché abbiamo accolto nei nostri Albi migliaia di colleghi espulsi dalle aziende e dalla P.A. per la crisi e che hanno deciso di iscriversi per svolgere attività libero professionale, in un mercato già saturo.

Abbiamo, di fatto, svolto anche una funzione di ammortizzatore sociale.

Chiedere, dopo tanti anni di crisi, il riconoscimento, dettato da principi costituzionali, di un equo compenso, pur di riferimento perchè derogabile ma su esplicita giustificazione, in corrispondenza di standard di qualità delle prestazioni, va nella giusta direzione della tutela del committente, come peraltro hanno riconosciuto anche associazioni di consumatori.

Tanto più che la relativa determinazione fa riferimento a norme già esistenti, quali i parametri "giudiziali" emessi dal Ministero Giustizia e che devono essere applicati dai giudici in caso di controversie (ed assurdamente ad oggi non applicabili direttamente nei preventivi) o i parameri per le opere pubbliche, anch'essi decisi con decreti ministeriali.

Da qui la nostra amarezza, e la preoccupazione di essere ancora una volta merce di scambio o di trattativa o polemica politica.

Da qui la nostra campagna , insieme al CUP ed ad Inarcassa,  #sevalgouneuro, cui hanno risposto migliaia di iscritti ed associazioni.

Da qui la nostra manifestazione, insieme alle altre professioni ordinistiche, del 30 novembre in Roma, cui inviteremo i partiti e la politica a dare una risposta chiara, avvertendo che questa volta andremo uniti e non ci fideremo delle promesse.

L'equo compenso è un diritto, non è un regalo...

Armando Zambrano

Presidente Consiglio Nazionale Ingegneri

Ordini provinciali della Sicilia

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